In questo breve intervento tratteremo, sicuramente in modo parziale, del tema del “linguaggio ampio”, cercando di offrire qualche informazione teorica di linguistica per meglio orientarsi negli usi comunicativi della nostra realtà plurale.

Trattando brevemente del genere grammaticale maschile sovraesteso, con la funzione di maschile generico e di maschile inclusivo, concluderemo con alcuni consigli pratici per supportare chi volesse iniziare a sperimentare un uso ampio, plurale e consapevole della lingua; strategie linguistico-comunicative per abbracciare, con il linguaggio, la pluralità in cui viviamo senza escludere linguisticamente (e non solo) le altre soggettività ma includendole in un ampio spazio linguistico da abitare insieme.

Chi scrive questo articolo parte dal presupposto che “la lingua rappresenta, comunica, tramanda, conserva ed eventualmente modifica nel tempo e nello spazio i concetti culturali che sono alla base della conoscenza condivisa della comunità linguistica” (Giusti, 2022).


Il genere grammaticale maschile sovraesteso

Il genere grammaticale è arbitrario nei nomi che denotano referenti inanimati (non c’è nessun motivo extralinguistico, per esempio, per il quale in italiano “sedia” sia femminile e “tavolo” maschile), ma ha valore semantico per i nomi che denotano referenti animati. Per referenti animati non umani il genere grammaticale si basa sul genere sessuale; per referenti animati umani, invece, il genere grammaticale si basa sull’identità di genere, non sul nostro apparato sessuale, cioè sul nostro genere sessuale (Manera 2021).
Ricordiamo che è soprattutto al lavoro di Alma Sabatini degli anni ’80 (Sabatini 1986; 1987) che si rifanno tutti gli studiosi e le studiose italiane che hanno affrontato il tema del sessismo presente negli usi linguistici della lingua italiana, anche se purtroppo “si discute ancora se in italiano una donna che dirige un telegiornale, un’orchestra, o un reparto ospedaliero debba essere definita direttrice o direttore” (Giusti 2022).

Per quanto riguarda i nomi dei mestieri, la scelta di usare il genere femminile è indubbiamente grammaticale: “assessora”, “sindaca”, “ministra”, “architetta”, “direttrice”, “(la) presidente”, “medica” “ingegnerarispettano pienamente le regole della nostra lingua (Robustelli 2017). Altre scelte, come per esempio “assessore”, “sindaco”, “ministro”, “architetto”, “direttore”, “(il) presidente”, “medico”, “ingegnere”, se riferite ad una donna, possono dirsi almeno bizzarre o ai margini del sistema lingua.

Chi non usa in italiano le forme al femminile propone una grammatica innovativa, non rispettando una semplice regola grammaticale della nostra lingua ed attribuendo al genere maschile la connotazione di prestigio.

La questione, apparentemente linguistica, è evidentemente culturale e politica se la parola al maschile è di solito associata a un prestigio maggiore rispetto alla corrispondente parola al femminile. Come sostiene Manuela Manera nel suo piccolo e prezioso libello La lingua che cambia, le coppie “segretario/segretaria”, “direttore/direttrice”, “professore/professoressa”, per esempio, illustrano ampiamente questo fenomeno: il primo elemento delle coppie, al genere maschile, è posizione professionale di un certo rilievo; il secondo elemento al femminile si riferisce ad un lavoretto considerato gerarchicamente più basso (Manera 2021). In realtà i nomi di professioni di prestigio sono tradizionalmente maschili perché in passato, in una società con nette divisioni relativamente al ruolo di donne e uomini, quei lavori prestigiosi erano lavori “da uomini” e non ci sono motivazioni grammaticali che impediscano la corretta declinazione al femminile degli stessi. Infatti, per posizioni lavorative considerate meno prestigiose come quella di “infermiera”, per esempio, è subito disponibile la parola al femminile, mentre per professioni percepite dalla società come più prestigiose si invoca, se usate al femminile, il concetto di cacofonia, il “non suona bene”, come per la parola “ingegnera”. Se la struttura grammaticale delle due parole (“infermiera” e “ingegnera”) è evidentemente la stessa, che cosa è cambiato? Soltanto il prestigio riconosciuto alle singole professioni e professionalità.

La ricerca scientifica ha ampiamente dimostrato che l’uso del maschile sovraesteso con funzione di “generico” non è veramente generico, ma attiva pregiudizi e immaginari sbilanciati o sessisti. Non solo, è stato dimostrato che questo uso del genere maschile influisce sulle aspettative scolastiche e di scelta professionale delle/degli studenti.

È evidente che il problema non riguarda gli aspetti grammaticali e linguistici della lingua ma di potere. È solo attraverso un uso consapevole delle forme femminili dei nomina agentis di prestigio che riusciremo a alimentare immaginari diversi e ad intervenire sullo svantaggio legato all’appartenenza di genere (Giusti 2022, Manera 2021).

Veniamo, adesso, ad un altro uso del genere grammaticale maschile. Le grammatiche normative e prescrittive, che presentano interminabili e ridicole litanie di “questo si dice, questo non si dice”, ci insegnano che il maschile plurale è da impiegarsi in riferimento a gruppi misti di donne e uomini:

Es. Gli uomini e le donne delle minoranze sono troppo innovativi per quanto concerne gli usi linguistici.

Anche in questo caso, nominare le donne e non lasciarle scomparire all’interno degli enunciati è a nostro avviso fondamentale per contribuire al cambiamento dei paradigmi sociali e ad alimentare immaginari diversi.

Se è poco rigoroso il ricorso al concetto di “cacofonia” per i nomina agentis al genere femminile, anche una argomentazione a favore del maschile sovraesteso inclusivo basata sulla lettura di grammatiche della tradizione scolastica (prescrittive e di scarso valore scientifico) manca del rigore descrittivo che caratterizza la ricerca linguistica, a cui dovremmo rifarci quando parliamo o scriviamo di lingue e linguaggio.

Come parlare, quindi, in modo da non far scomparire linguisticamente (e non solo) le persone?

Strategie linguistico-comunicative per un linguaggio ampio

Le strategie linguistico-comunicative per non far scomparire le donne (e le persone non binarie) dai nostri enunciati sono diverse e vanno sempre adattate al tipo di contesto d’uso della lingua.

Crediamo che in questa fase di sperimentazione d’uso dal basso occorra privilegiare la variazione, cioè dare spazio alla diversità (Acanfora 2021) anche nell’uso “diverso” che facciamo della lingua, per evidenziare la complessità e la diversità del reale. Non dobbiamo necessariamente fare un’unica scelta coerente, rigida e ferma di strategie di linguaggio ampio, ma occorre padroneggiare un’ampia gamma di strategie e calibrarle ai nostri specifici testi, contesti d’uso e obiettivi comunicativi.

Qui di seguito, forniamo un parziale e non esaustivo elenco delle strategie linguistico-comunicative più impiegate per:

1. nominare le donne nei nostri enunciati
– Raddoppiamento (splitting)
Es. Buongiorno a Tutte e a Tutti.
– Accordo di genere con l’ultimo elemento femminile del raddoppiamento (“accordo di prossimità”)
Es. Spero che i compagni e le compagne vengano convinte a usare l’accordo di prossimità dopo la lettura di questo articoletto.

2. limitare l’uso del maschile sovraesteso
– Uso di espressioni neutrali rispetto al genere: le persone (es. Buongiorno alle persone qui presenti), le soggettività, gli esseri umani (non “l’uomo” in riferimento alla specie), gli individui, gruppo docenti, studenti, personale amministrativo/medico, popolazione, cittadinanza (vd. Manera 2021).

3. dare il giusto spazio linguistico (e non solo) anche a soggettività non binarie
– Uso nella scrittura di –, -x, -@, _ etc. (es. Buongiorno a Tutt, Buongiorno a Tuttx, Buongiorno a Tutt@, Buongiorno a Tutt_, Buongiorno a Tutt).
Questi simboli grafici sono un’abbreviazione. Chi legge interpreterà l’enunciato come inclusivo di persone di genere femminile, maschile e non binario.
– Uso di u-, -ǝ anche per l’oralità (es. Buongiorno a Tuttu, Buongiorno a Tuttǝ).

La proposta di uso (che nasce dal basso, è bene ricordarlo) di vocali effettivamente pronunciabili (ǝ è il simbolo per la vocale indistinta, non presente nel sistema fonologico e fonetico dell’italiano ma presente nelle varietà meridionali parlate nella nostra penisola) ha destato critiche feroci e molta aggressività verbale soprattutto nella comunicazione dei social. Una parte della cittadinanza (soprattutto di chi gode inconsapevolmente di privilegi sociali o di chi vuole goderne, tra quest* molt* docenti universitar*) ha iniziato ad intervenire massicciamente contro questi usi tacciandoli di ingegneria linguistica imposta dall’alto, non riconoscendo il valore effettivo di proposta (e uso) dal basso di minoranze in cerca di un proprio spazio linguistico. Impiegare parole uscenti in -u o in -ǝ è in effetti una scelta d’uso che ancora molte persone non fanno e che non necessariamente entrerà in modo massiccio nelle nostre esecuzioni linguistiche. Ci piace però questa vitalità linguistica e ci piace credere in uno spazio linguistico nel quale tuttǝ siano rappresentatǝ.

Perché usare un linguaggio ampio?
Il linguaggio è un fortissimo mezzo di trasmissione e forma la nostra identità individuale e di gruppo. Lo spazio linguistico è perciò uno spazio culturale e politico (Manera 2021). L’uso della lingua ha ricadute nella realtà, alimentando immaginari, ed è per questo che non possiamo trascurare un nostro impegno attivo nell’uso di un linguaggio che sia “casa” per tutt* e per ciascun*.

Riferimenti bibliografici
Acanfora F. 2021, In altre parole. Dizionario minimo di diversità, Firenze, effequ.
Giusti G. 2022, “Inclusività della lingua italiana, nella lingua italiana: come e perché. Fondamenti teorici e proposte operative”, DEP n. 48 / 2022.
Manera M. 2021, La lingua che cambia, Torino, Eris Edizioni.
Robustelli C. 2017, Sindaco e sindaca: il linguaggio di genere, Roma, GEDI Gruppo Editoriale.
Sabatini A. 1986, Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana: per la scuola e l’editoria scolastica, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.
Sabatini A. 1987, Il sessismo nella lingua italiana, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.


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